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MEDIAZIONE, UN RIPENSAMENTO CULTURALE   -   31/01/2017

di Marco Marinaro.

Le proposte per la riforma organica dei sistemi di ADR (alternative dispute resolution) – definiti anche «strumenti di degiurisdizionalizzazione» - sono sul tavolo del ministro Orlando (si veda Il Sole 24 Ore del 24 gennaio) che, proprio in questi giorni, nel presentare i dati della giustizia civile ad un convegno milanese, ha dichiarato che la migliorata efficienza del sistema e la riduzione del carico dei tribunali sono dovute ad una serie di fattori, primo tra tutti l'utilizzo dei procedimenti di ADR.
La Commissione istituita nel marzo 2016 e presieduta dal professor Alpa ha completato i suoi lavori redigendo un ampio ed articolato progetto che contiene anche la puntuale proposta legislativa che focalizza la sua attenzione sull'arbitrato e sulla mediazione, senza tralasciare la negoziazione assistita, con attenzione anche alla volontaria giurisdizione.
Dalla lettura della relazione illustrativa, che precede l'articolato normativo, emerge con chiarezza come un «particolare rilievo» sia stato riservato alla disciplina in materia di mediazione delle liti civili e commerciali. Numerosi sono stati i materiali raccolti e ampia è stata la consultazione tanto che alla Commissione «si è aperto un mondo di esperienze» che va ben oltre i meri dati statistici, un mondo che «fino ad oggi non era stato percepito in tutta la sua estensione e complessità».
In sintesi questa raccolta di informazioni e di esperienze ha indotto i commissari «a rivedere la convinzione che la mentalità diffusa di privati, professionisti e imprese, non sia sensibile, non abbia sviluppato una empatia, per la mediazione». Come anche che si sia registrata da parte delle categorie professionali interessate, «una notevole apertura non solo alla mediazione volontaria, ma anche alla mediazione obbligatoria», con specifico riferimento poi agli esiti del Congresso nazionale forense di Rimini ove gli ADR sono stati considerati «veri e proprio complementi alla giustizia ordinaria».
Un passaggio fondamentale, tuttora in atto e quindi non pienamente compiuto, ma sicuramente in fase avanzata e non reversibile. Una svolta normativa e culturale della quale la Commissione ha dovuto prendere atto formulando proposte in grado di rafforzare la mediazione in una prospettiva non più meramente deflativa del «contenzioso ‘in esubero'» ed ancillare al processo giurisdizionale.
E la riforma proposta in materia di mediazione - che opportunamente introduce in maniera esplicita l'obbligo per le parti di comportarsi secondo buona fede e con spirito di cooperazione – è incardinata sull'estensione della obbligatorietà fondata su diverse basi culturali.
Porre la mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale solo apparentemente infatti confligge con l'autonomia che connota il percorso negoziale e che costituisce atto di autonomia e, quindi, di libertà delle parti. Infatti, come si legge nella relazione, l'obbligatorietà ha consentito di diffondere la «cultura della conciliazione», rilevando che «prima non vi era, effettiva libertà perché il cittadino era ‘ di fatto' costretto ad adire il giudice rispetto alla via mediativa».
Quindi una obbligatorietà «in chiave promozionale» per un metodo di risoluzione delle controversie che mira non solo e non tanto ad incrementare il suo utilizzo, in quanto ha di mira l'interesse generale. La prospettiva dunque si capovolge e la proposta di allargamento delle materie e di estensione temporale appaiano consequenziali sia pure per taluni profili inappaganti.
Il confronto a volte serrato all'interno della Commissione ha condotto dunque da un lato ad ipotizzare la prosecuzione della fase sperimentale dell'obbligatorietà sino al 21 settembre 2023 e, dall'altro, ad ampliare le materie da assoggettare alla detta condizione di procedibilità, portando all'attenzione del ministro due diverse ipotesi con margini più o meno ampi da definire in sede politica.
Appare evidente che la spinta culturale propulsiva trovi tuttora perplessità tanto da far prevalere la tesi di un allargamento ridotto rispetto a quello pure emerso in Commissione e alla prosecuzione di una fase di sperimentazione rispetto ad un pur possibile consolidamento dell'obbligo utile - se non necessario - a stabilizzare il sistema. Stabilizzazione che costituisce una pre-condizione per il definitivo salto di qualità degli organismi e per la professionalizzazione dei mediatori da tutti sempre auspicato.
È il momento della riflessione politica in un contesto storico nel quale, tra spinte europee e trasformazioni culturali, l'alternativa è gestire la continua emergenza o essere visionari immaginando e ponendo le basi per il futuro che si intende costruire
Ed è proprio alla politica e non ai tecnici che viene chiesto di disegnare i contorni di un sistema della giustizia civile quale emerge dalla relazione della Commissione Alpa, ma senza i prevedibili tentativi di condizionamento determinati dai pur legittimi timori di accelerazioni o di resistenze ormai marginali ad una necessaria trasformazione già in atto.



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